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IL PAESE

A causa della guerra civile in Siria e del successivo conflitto nazionale si contano al momento in Iraq quasi 2 milioni di sfollati, più di 4 milioni di returnees e una popolazione di rifugiati siriani ospitati nella regione curda dal 2014 pari a 250mila individui. Nonostante la conclusione delle operazioni militari per la liberazione dei territori occupati dal Daesh, il protrarsi della crisi irachena rappresenta tuttora una fra le più complesse sfide a cui la comunità internazionale è chiamata a dare risposta. Secondo quanto identificato nell’Humanitarian Response Plan 2018, elaborato sotto il coordinamento di UN OCHA, il conflitto e la crisi politica degli ultimi quattro anni hanno causato una popolazione pari a quasi 9 milioni di individui in bisogno di assistenza umanitaria. A questo si aggiunga che nelle aree liberate le valutazioni dei danni e delle perdite, condotte dal Ministero della Pianificazione iracheno e analizzate dalla Banca Mondiale, stimano che la ricostruzione richiederà almeno 10 anni e costerebbe ben oltre 88 miliardi di dollari.

Nel 2014 2,5 milioni di civili sono stati sfollati all'interno dell'Iraq; nel 2015, più di un milione di persone hanno abbandonato le proprie abitazioni per trovare riparo nella Regione Autonoma del Kurdistan iracheno; nel 2016 altre 700.000 persone sono fuggite e nel 2017 sono stati sfollati 1,7 milioni di civili. I movimenti della popolazione sono stati multi-direzionali; nello stesso momento in cui centinaia di migliaia di persone hanno lasciato le loro case, centinaia di migliaia sono tornate. Il ritmo e le dimensioni del fenomeno di sfollamento interno hanno reso la crisi irachena una delle più grandi e più instabili del mondo.

Sulla base di quanto identificato nella valutazione dei bisogni umanitari per il 2019, elaborata sotto il coordinamento di UNOCHA, nel Paese si stimano 6,7 milioni di persone (18% della popolazione irachena) in bisogno di assistenza umanitaria e protezione, fra cui 3,3 milioni di minori e 3,3 milioni di donne e ragazze. 5,5 milioni di individui necessitano di assistenza sanitaria e 2,6 milioni di bambini di accesso all’istruzione. Persone percepite come affiliate a gruppi estremisti sono fra la popolazione più vulnerabile insieme a donne, minori, persone con disabilità e anziani.

La distribuzione degli sfollati e returnees nel Paese vede il governatorato di Ninive come centro della crisi umanitaria. Il fenomeno dello sfollamento affligge inoltre le aree limitrofe della regione curda. Per quanto riguarda le aree di ritorno, oltre a Ninive, anche il governatorato di Anbar è il più interessato dal fenomeno, nonostante le condizioni di sicurezza in entrambe le aree non siano ancora completamente ristabilite.

Lo stato di emergenza ha creato profonde ricadute negative sul sistema sociale ed economico locale con un conseguente progressivo deterioramento delle condizioni di vita di rifugiati e sfollati, così come delle comunità ospitanti e delle popolazioni locali rientranti nei luoghi d’origine liberati dall’occupazione di Darsh. Il conflitto e il rallentamento della crescita economica hanno provocato l’aumento della disoccupazione e dei tassi di povertà. Il protrarsi della crisi regionale siriana, ampliata dalla crisi politica ed economica a livello nazionale - dovuta principalmente al calo dei ricavi della vendita di petrolio, - dal conflitto con Daesh e dalle tensioni fra governo nazionale e regionale curdo, ha ridotto la capacità dei rifugiati e sfollati di provvedere al proprio sostentamento. Le cause di ciò vanno trovate nell’azione congiunta di diversi fattori tra i quali il progressivo esaurimento dei risparmi dei rifugiati e degli sfollati e la diminuzione dell’accesso alle opportunità di lavoro dovuto all’aumento della  popolazione nelle aree di sfollamento. La maggiore concorrenza nel mercato del lavoro ha rafforzato la tendenza verso l’espansione del lavoro informale, caratterizzato da salari bassi e pratiche coercitive. La produzione agricola è stata quasi dimezzata minando la sicurezza alimentare del paese e costringendo centinaia di migliaia di persone a migrare verso aree urbane in cerca di lavoro.

LA CRISI UMANITARIA E LA SITUAZIONE DEGLI SFOLLATI

A più di tre anni dalla fine del conflitto contro l’ISIS e all’interno del quadro sempre più complesso della crisi irachena, i fattori politico-istituzionali, sociali e macro-economici assumono sempre maggiore peso specifico rispetto a una lettura della crisi fatta esclusivamente da una prospettiva umanitaria.

Nella prima metà del 2020, inoltre, l’emergenza da Covid-19 ha avuto l’effetto immediato non solo di aggravare la crisi umanitaria in corso, ma anche di indebolire le capacità delle organizzazioni impegnate a fornire sostegno alle persone più vulnerabili: le misure restrittive imposte dal Governo, come la chiusura dei confini e delle scuole e il lockdown, hanno di fatto impedito gli spostamenti, limitando almeno in un primo momento la diffusione del virus.

Le eccezioni a tali misure restrittive previste per il personale delle organizzazioni umanitarie sono state applicate in modo disomogeneo e contradditorio rendendo assai complicato raggiungere le aree di intervento nonché il trasporto e la consegna del materiale medico finalizzato alla lotta contro il Covid-19.

La pandemia, inoltre, ha ulteriormente indebolito le condizioni economiche e i mezzi di sussistenza già provati dalla crisi umanitaria scaturita dal conflitto con l’ISIS, con un aumento della percentuale di persone che ricorre a negative coping mechanism25 per soddisfare i propri bisogni primari. Infatti, come riporta l’“Humanitarian Response Plan 2020 – Covid-19 addendum”, il 12% della popolazione ricorre a negative coping mechanism per soddisfare i propri bisogni alimentari, con gravi conseguenze per quella parte di popolazione, come gli sfollati interni e i rifugiati, che fa necessariamente affidamento sull’assistenza umanitaria e che non possiede le risorse per affrontare l’impatto di un nuovo shock di tale portata. Basti pensare che già nello scenario pre-covid circa l’80% degli sfollati residenti nei campi e il 65% di coloro che invece vivono al di fuori dei campi di accoglienza, ricorrevano a negative coping strategies, con un tasso di povertà che ha raggiunto quasi il 40% del totale della popolazione sfollata. Più in particolare, sono aumentate le famiglie che non hanno le possibilità economiche di acquistare il cibo, come effetto della restrizione agli spostamenti che ha causato il ridotto accesso al lavoro e ai mercati. Come effetto indiretto della pandemia, la perdita del lavoro e delle opportunità di impiego ha portato alla riduzione del reddito e del potere di acquisto delle famiglie; se si pensa che solo una piccola percentuale delle famiglie dispone di risparmi e che la maggior parte di questi sono di piccola entità, è chiaro come tale situazione esponga soprattutto le famiglie più vulnerabili al rischio di vedersi costrette ad adottare negative coping mechanisms a causa della impossibilità di sostenere le spese alimentari, sanitarie ed educative.

Sebbene la pandemia abbia inizialmente costretto il Governo iracheno a posticipare la chiusura dei campi di accoglienza decisa già nel 2019 con l’obiettivo di chiudere tutti i campi entro il 2020, a partire dal mese di ottobre tale processo ha subito una decisa accelerazione con più di 35 mila persone che hanno dovuto lasciare gli 11 campi chiusi o riclassificati nell’Iraq Federale27. Sebbene sia del tutto legittima la decisione del Governo iracheno di chiudere i campi di accoglienza, dal punto di vista umanitario non è possibile non rilevare le criticità legate a tale processo e i pericoli per le persone più vulnerabili legati ad esso.

La fine delle ostilità con l’ISIS e il quasi contestuale calo del prezzo del petrolio iniziato dal 2016, pur nel quadro della crisi, hanno rappresentato anche una finestra di opportunità per un cambiamento strutturale a favore del futuro socio-economico del Paese, che però non è stata sfruttata per le profonde fragilità che si riflettono nell’assetto istituzionale del Paese. Il Governo iracheno, infatti, non è riuscito a formulare e ad assicurare l’attuazione di un piano di ricostruzione, riconciliazione e sviluppo di lungo periodo, a programmare una strategia di crescita economica lungimirante, oltre a non essere ad oggi ancora in grado di garantire la sicurezza dei propri cittadini in grandi porzioni di territorio. Un recente sondaggio svolto da REACH, l’iniziativa nata nel 2010 per svolgere analisi approfondite e fornire dati aggiornati sui contesti di crisi umanitarie all’interno dei meccanismi di coordinamento tra agenzie, non solo mostra come sia aumentata rispetto al 2019 la percentuale di sfollati che non intende tornare nelle aree di origine ma anche che dopo più di tre anni dalla fine del conflitto le condizioni di sicurezza nelle aree di ritorno e la distruzione delle abitazioni siano ancora al centro delle preoccupazioni degli sfollati che risiedono dentro e fuori dai campi; con la chiusura dei campi, quindi, la condizione di secondary displacement appare tutt’altro che remota per moltissimi sfollati, una condizione che pone una categoria già di per sé altamente vulnerabile in una posizione di grave rischio. Inoltre, in condizione di particolare vulnerabilità si trovano quelle famiglie che sono percepite dalle comunità come affiliate all’ISIS: soprattutto per loro vi è l’altissimo rischio che vengano confinate in zone diverse da quelle di provenienza, soprattutto se precedentemente caratterizzate da comunità ‘miste’, o se provenienti da i territori contesi tra Iraq e Kurdistan.

IL CONTRIBUTO ITALIANO IN IRAQ

In Iraq la Cooperazione Italiana è storicamente attiva a supporto delle popolazioni più vulnerabili, siano esse rifugiati, sfollati, minoranze etnico-religiose, tra cui i cristiani e yazidi, donne, minori e disabili, principalmente attraverso interventi sanitari, educativi e di protezione, finanziati in maniera sinergica fra le diverse tipologie di intervento (ordinario/emergenza) e canale di finanziamento (bilaterale/multilaterale). Per quanto riguarda il focus geografico, tenuto conto del grado di vulnerabilità della popolazione presente e la generale instabilità politica dell’area, i territori contesi della Piana di Ninive sono stati obiettivo di diversi interventi, anche prima dell’avanzata dell’ISIS.  Nel settembre 2013 è stata aperta un’unità di cooperazione dedicata presso il locale Consolato di Erbil e nello stesso anno, in linea con l’impegno del Governo e delle OSC italiane sulla crisi umanitaria dovuta sia al conflitto siriano che a quello interno al Paese, la Cooperazione Italiana si è attivata con interventi di emergenza sia multilaterali, in risposta ad appelli umanitari, che bilaterali, con affidamenti a OSC italiane e trasporti/distribuzioni di beni di prima necessità.

Dal 2014 le iniziative umanitarie di AICS hanno avuto come obiettivo principale il miglioramento dell’accessibilità, l’inclusività e la qualità dei servizi educativi e sanitari di base a favore dei rifugiati siriani, degli sfollati iracheni e delle comunità ospitanti, prestando particolare attenzione alle categorie più vulnerabili, in particolare minoranze etnico-religiose, donne, minori e disabili.

Obiettivo della Cooperazione Italiana è rafforzare gli impegni presi sui tavoli internazionali attraverso iniziative di ampio respiro,  volte a migliorare la coerenza, la sinergia e l’efficacia dell’aiuto umanitario e dei progetti di sviluppo, anche alla luce delle Conclusioni del Consiglio recentemente adottate in materia e del “Joint Communication proposing an EU strategy for Iraq” lanciato i primi di gennaio dall’Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza  insieme a DG ECHO.

Dal 2014

Documento triennale 2014-2016: l’IRAQ è escluso dalla lista dei paesi prioritari per Medio oriente nell’ambito di progetti di sviluppo della programmazione ordinaria a favore di un focus umanitario sulla regione autonoma del Kurdistan iracheno.

Documento triennale 2016-2018 (e relativo aggiornamento 2017-2019): presenta una rinnovata attenzione per tutto l’Iraq.

1) focus umanitario sul Kurdistan Iracheno

  • - il Kurdistan iracheno diventa regione prioritaria per la risposta italiana alla crisi umanitaria regionale dovuta al conflitto in Siria
  • - supporto delle popolazioni più vulnerabili attraverso interventi sanitari, educativi e di protezione, finanziati in maniera sinergica fra le diverse tipologie di intervento (bilaterale/multilaterale) e canale di finanziamento (ordinario/emergenza)
  • - focus geografico: Piana di Ninive

2) stabilizzazione nel resto del Paese.